E la polenta corre…

Era un giorno radioso d’autunno quando salimmo il monte Punta con tutta la classe e la nuova maestra: la giovane, bella e gentile che veniva da Oneglia Imperia, dal sole della Liguria, Gandolfo Caterina.

Il Fino aveva portato il paiolo e la maestra aveva comperato la farina e il sale e tutti avevamo il nostro bel pezzo di formaggio per mangiare con la polenta.

Dopo due ore di salita, con grande fatica da parte della maestra, non essendo abituata a camminate di quel genere, arrivammo sulla cima del Punta ed andavamo a gara nell’indicare a lei i luoghi che si ammirano da lassù: “Guardi signorina il Pelmo, quello è il Civetta, quelle rocce laggiù sono il Bosconero, le altre gli Spiz del Mezzodì e via fino al San Sebastiano e tutti i paesi della Val di Zoldo da Forno fino a Pecol, Coi e Fusine dove c’è la nostra scuola, poi Zoppè…”.

La maestra era estasiata di tanta bellezza e maestosità della natura tutto attorno. Non aveva mai visto una magnificenza simile.

Intanto il Fino aiutato da altri badava alla polenta. Avevano costruito con delle pietre adatte il luogo dove accendere il fuoco ed adagiare sopra il paiolo dopo aver messo l’acqua ed aver preparato un bel po’ di legna secca ed asciutta per fa fiamma per la cottura.

Quando l’acqua bollì il Fino mise il sale e buttò adagio la farina mescolando che non avesse fatto i grumi. Faceva questo con una capacità come non avesse fatto altro in vita sua…

Un po’ più in là gli altri avevano steso una tovaglia sull’erba secca e si erano seduti in buon ordine dai lati con in mano il formaggio pronti per accogliere una fetta di buona polenta fumante; ma questa tardava ad arrivare perché a quell’altezza ci vogliono altri quaranta minuti perché la polenta abbia a cuocersi e loro scalpitavano e chiamavano: “Fino, Fino!”.

Finalmente il Fino arrivò trionfante con il paiolo fumante e una bella palla di polenta piuttosto solida che, appena gettata sulla tovaglia, un po’ in pendenza, cominciò a rotolare passando sotto i nasi attoniti dei commensali che la seguirono con gli occhi spalancati ed increduli fino a che si fermò un po’ in giù per il prato riempita di stecchi, di erba secca, di insetti.

“Addio polenta!” sembravano dire tutti ma il Fino con un salto la fermò e dopo averla riportata sulla tovaglia, con pazienza e lavoro certosino la ripulì per bene e con lo spago cominciò a tagliare delle belle fette e distribuirle a tutti.

Scoppiò allora, cominciando dalla Maestra, un riso generale e l’allegria ritornò lassù in cima al Punta mentre da Zoppè arrivavano i rintocchi di una campana che annunciava il mezzogiorno.

Al Fino e àutre storie – sommario